Come il pianto, lento, striscia
su un volto stanco, spento,
lascia sul pavimento il vecchio
che vive dentro,
stringe nel movimento piegato
nello sgomento
il subdolo piacere di piacersi.
Le braccia raccolgono i suoi sensi
e nude non contengono quel corpo
che molle s'abbandona poi nel colpo
letale
dell'età,
fuggendo pudìco ai margini del volgo,
negando le sue voglie e perversioni.
Cade ultimo l'appello in società,
sfalda frana il legame fisico,
rinnega il bello, rivela il gusto
nel non specchiare fradicia realtà
- bianca, sana, animale -
nel ritrovarsi sporco di grasso e male
definendosi modello di inestetica.
Come il pianto, infine, torna dentro
e placa quel fuggevole rimorso
schiavo d'edonismo e di sconforto
nel non conoscersi figura corporale.
"Guarda il mio male" dice.
"Non ti voltare" dice.
martedì 21 luglio 2009
sabato 11 luglio 2009
Straccio
«Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche con i sensi
tu che già vanti tante glorie borghesi e operai,
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.»
Pier Paolo Pasolini
Si spegne nel giorno cartone la laica preghiera
di renderti straccio, volerti in mano al povero,
laccio del popolo, rimedio alle viscere.
Sei morta, Italia Rossa, soffocata a capo e piedi
dalla stretta mediatica, dalle insidie tristi
di idoli e pixel, da strati di disinformazione
che appellano al valore, da scale immobili
e gabbioni salariali, da inebetite reticenze
e da coloro che disertano, una volta, la lotta.
Perchè i simboli sono retaggi, l'economia è snob,
la storia è torcicollo, il vento è democratico,
la rabbia errore, l'identità un calderone
come vuole il padrone, come vuole il padrone.
E allora spogliati, davvero, di tutto il gusto,
levati il rosso del sangue di dosso,
rinchiuditi in un volto, rintantati nel vile
sfarzo del palazzo, e osserva spettatore placido
il porcile di contorno, e lo sguazzo del porco.
Quando uscirai fuori, senza forza e senza colore,
ti aspetteranno bianche e posticce visioni,
partito di bamboccioni e studentelli mantenuti
guiderai i tuoi foschi passi tra le folle globali
sicura forte di non essere utopia
ma presenza, reale, nella società del male.
11 giugno 2009
sta per non conoscerti più, neanche con i sensi
tu che già vanti tante glorie borghesi e operai,
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.»
Pier Paolo Pasolini
Si spegne nel giorno cartone la laica preghiera
di renderti straccio, volerti in mano al povero,
laccio del popolo, rimedio alle viscere.
Sei morta, Italia Rossa, soffocata a capo e piedi
dalla stretta mediatica, dalle insidie tristi
di idoli e pixel, da strati di disinformazione
che appellano al valore, da scale immobili
e gabbioni salariali, da inebetite reticenze
e da coloro che disertano, una volta, la lotta.
Perchè i simboli sono retaggi, l'economia è snob,
la storia è torcicollo, il vento è democratico,
la rabbia errore, l'identità un calderone
come vuole il padrone, come vuole il padrone.
E allora spogliati, davvero, di tutto il gusto,
levati il rosso del sangue di dosso,
rinchiuditi in un volto, rintantati nel vile
sfarzo del palazzo, e osserva spettatore placido
il porcile di contorno, e lo sguazzo del porco.
Quando uscirai fuori, senza forza e senza colore,
ti aspetteranno bianche e posticce visioni,
partito di bamboccioni e studentelli mantenuti
guiderai i tuoi foschi passi tra le folle globali
sicura forte di non essere utopia
ma presenza, reale, nella società del male.
11 giugno 2009
sabato 4 luglio 2009
Stupro
Il fango sulle mie braccia
gongola orgoglio sul mio corpo,
compiace il rigurgito in me
ma resta fuori.
Quanto è falsa la spirale decadente,
la coda dell'occhio ambisce l'affranto
dell'altro
neanche il margine è abbastanza lontano.
L'ego depravato mi consola,
le mani ben salde nel flaccido terriccio
ritrovano paura nell'affondo
inesempio antiestetico inopportuno morto
ricordo le gioie fatue di vana lieta
presumo il crollo stolto nel vuoto torto.
Al culmine della discesa assaporo l'appetito
del penetrante possesso,
lei non conta,
è solo l'ultima residua voglia
di salvarmi.
gongola orgoglio sul mio corpo,
compiace il rigurgito in me
ma resta fuori.
Quanto è falsa la spirale decadente,
la coda dell'occhio ambisce l'affranto
dell'altro
neanche il margine è abbastanza lontano.
L'ego depravato mi consola,
le mani ben salde nel flaccido terriccio
ritrovano paura nell'affondo
inesempio antiestetico inopportuno morto
ricordo le gioie fatue di vana lieta
presumo il crollo stolto nel vuoto torto.
Al culmine della discesa assaporo l'appetito
del penetrante possesso,
lei non conta,
è solo l'ultima residua voglia
di salvarmi.
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